Fotografia e Spontaneità: le regole del caso.

La spontaneità è frutto di lunghe meditazioni,
— Pablo Neruda

Molte affascinanti fotografie basano la loro componente essenziale sulla spontaneità

Sarà bene chiarirlo subito: la spontaneità in fotografia è qualcosa che va fortemente ricercato e mai un dono che il fotografo riceve senza alcuno sforzo. Piuttosto, al contrario di quello che si potrebbe pensare, arrivare ad una vera spontaneità nel fotografare è frutto di un intenso lavoro su sé stessi e sulla nostra pratica fotografica.

Già Henri Cartier-Bresson in più di un suo scritto ed intervista ha dedicato grande attenzione a questo aspetto affermando che:

lo strumento dell’intuito e della spontaneità è il detentore dell’attimo che, in termini visivi, interroga e decide nello stesso tempo. Per “significare” il mondo, bisogna sentirsi coinvolto in ciò che si inquadra nel mirino. Questo atteggiamento esige concentrazione, sensibilità, senso geometrico.

Appare chiaro da queste parole come per Bresson la spontaneità sia innanzitutto una sincronicità tra l'io fotografante e il soggetto fotografato, tra chi sta dietro e chi sta dentro il mirino.

Solo dimenticandoci per un attimo di noi stessi, abbracciando completamente la scena fotografata potremmo arrivare per Bresson ad una piena e completa spontaneità.

Dimenticare noi stessi, essere un tutt'uno con la realtà, nient'altro che questo.

 Henri Cartier-Bresson, Valencia, Spagna, 1933

Henri Cartier-Bresson, Valencia, Spagna, 1933

Lo Zen ed il concetto di vuoto applicato alla fotografia

Questo concetto di dimenticanza e di assorbimento della realtà così complesso da tradurre nella pratica, questa stupenda ed agognata sincronicità, trova la sua più nobile fondamenta nella filosofia Zen (e non è un caso che proprio Bresson fu ispirato e guidato alla pratica fotografica da un libretto intitolato Lo Zen ed il Tiro con L'arco di Eugen Herrigel!).

Nello Zen infatti si parla spesso di vuoto, di non cosa, rappresentante il perfetto stato meditativo chiamato Satori (l'esperienza del risveglio, inteso in senso spirituale), nel quale non ci sarebbe più alcuna differenza tra colui che "si rende conto" e l'oggetto dell'osservazione.

Dove in senso strettamente fotografico questa abilità si traduce nel non lasciarsi sopraffare da un punto di vista egoico (il tipo di fotografia che piacerà alla massa, la ricerca di un riconoscimento), quanto piuttosto il tendere verso un tipo di fotografia che sia importante per noi stessi, per il nostro essere e per la nostra crescita come individui. Solo in questa maniera la nostra fotografia avrà veramente qualcosa da comunicare agli altri. 

Il vuoto essendo privo di contenuto rappresenta la libertà da ogni vincolo, può infatti contenere tutto. Permettere alla realtà di contenerci, divenire semplicemente pura azione dell'istante e del momento presente attraverso la fotografia. Stato che è possibile raggiungere solo dopo essersi interrogati profondamente sul perché fotografiamo.

 Henri Cartier Bresson, Salerno, Italia 1933

Henri Cartier Bresson, Salerno, Italia 1933

Tornare all'origine, tornare fotoamatori

Spesso la parola fotoamatore è utilizzata in modo dispregiativo. In realtà nasconde un significato bellissimo: essere amanti della fotografia. Personalmente penso che, dopo tutto, questo sia una delle poche cose che davvero contano quando si fotografa. 

Sicuramente vi ricorderete la prima volta che avete impugnato una macchina fotografica. La sensazione che avete provato. Tutte le possibilità che quel piccolo strumento permetteva chiuse nel palmo stretto della vostra mano. Ed ogni volta che scattate una fotografia dov'è quel sentimento? Dove è andato a finire ora? Questa si che è un'importante domanda da porsi.

È stato Elliot Erwitt a dire: 

sono un fotografo dilettante oltre ad essere un professionista e penso che le mie foto amatoriali siano le migliori.

Alcune foto sono in grado meglio di altre di arrivare all'essenza delle cose, di tradurre in uno stato di grazia la visione del fotografo. Ma questa possibilità non è appannaggio di chi ostinatamente ha studiato ogni minuzia tecnica (il professionista, come spesso si sente dire), ma bensì di chi, ormai assimilata la tecnica, è in grado di giocare con la fotografia, rendendo la macchina fotografica una vera e propria estensione del proprio occhio (per usare un modo di dire caro a Bresson).

Fotoamatore dunque non deve essere un semplice giudizio di abilità ma un modus operandi di chi - ricercando la massima spontaneità - è pronto a donarsi, dimenticandosi, in ogni singolo scatto. Salvo ritrovarsi negli occhi di chi, quello scatto poi, lo guarderà!

Ecco la spontaneità in fotografia, dovrebbe essere esattamente questo.

 Henri Cartier Bresson, Cagliari, Italia, 1962

Henri Cartier Bresson, Cagliari, Italia, 1962

 

Valerio Cappabianca

Valerio Cappabianca