Bill Brandt: uno sguardo in contrasto

 Bill Brandt

Bill Brandt

Sarebbe forse privo di esagerazione definire Bill Brandt (1904-1983) come il più misterioso fotografo del XX secolo. Le sue fotografie sono immagini senza tempo, a prima vista apparentemente semplici, pronte invece a regalare all’osservatore più attento il mistero di un significato ulteriore in grado di situarsi al confine tra reale ed irreale.

Brandt affermò spesso che voleva osservare la realtà come come fosse stato un topo, un pesce o una mosca. Collocandosi dunque al di fuori della rassicurante sfera dello sguardo convenzionale, pronto ad indagare sulle tensioni nascoste della società.

 Bill Brandt, In the public bar at Charlie Brown's Limehouse, 1942

Bill Brandt, In the public bar at Charlie Brown's Limehouse, 1942

Per farlo, dovette per forza inventarsi un linguaggio nuovo, non codificato, ricercando una nuova alleanza tra forma e contenuto.

Finì per trovarla, oltre che mediante la macchina fotografica, sopratutto in camera oscura, dove si rivelò un maestro. Nel gestire toni e contrasti tentando di trasmutare l’atto fotografico in un luogo intimo, una zona nascosta dell’inconscio. Una scatola chiusa a prova di luce per registrare luci ed ombre, desideri e paure. Avvicinandosi forse di più di chiunque altro a quello che Walter Benjamin aveva definito come inconscio ottico: ovvero la possibilità della fotografia di sondare i sentieri dell’anima e di guardare in maniera introspettiva ciò che di latente vive nella nostra intimità.

Nutrendosi di forti tensioni le sue fotografie giocano su due forze contrapposte: il bianco abbagliante ed il nero intenso. Il contrasto in questo senso diventa nient’altro che il metodo rappresentativo principale della sua fotografia. L’allontanamento tra il valore più alto e il valore più basso della scala della luminosità nasconde dunque il metodo più immediato per racchiudere tutta una serie di contrasti meno formali e più concettuali di cui la sua fotografia si nutre: la contrapposizione tra interiorità ed esteriorità, corpo ed ambiente, vicinanza e lontananza.

 Bill Brandt, Micheldever, Hampshire, 1948

Bill Brandt, Micheldever, Hampshire, 1948

Forte sostenitore della libertà creativa sosterrà che “la Fotografia non ha regole. Non è uno sport. E’ il risultato che conta, non come lo si è ottenuto”. Come a voler sottolineare che entrambi i processi dell’atto fotografico: la ripresa e l’interpretazione in camera oscura sono altrettanto importanti ed essenziali al fine di esprimersi al meglio attraverso la ricerca fotografica. Se nella fase di interpretazione fin da subito fu chiaro l’abbandono delle sfumature del grigio e l'abbandono di una piena leggibilità dell’immagine, per affidarsi invece a forti contrasti tonali, solo più tardi nella sua carriera fotografica riuscì a portare questi contrasti anche nella fase di ripresa. Lo fece innanzitutto con l’ausilio del flash, usato d’appoggio alla luce ambiente: stratagemma che gli permise un ulteriore allontanamento per contrasto tra il soggetto in primo piano colpito da una luce abbagliante spesso portatrice di una marcata sovraesposizione ed uno sfondo solitamente tendente all’oscurità, volutamente sottoesposto.

 Bill Brandt, London, 1952

Bill Brandt, London, 1952

Ma è la continua necessità di guardare il mondo con occhi sempre nuovi a portarlo ad acquistare una macchina fotografica del tutto particolare, così come lo sarà il bisogno di lasciarsi alle spalle il reportage sociale esplorato precedentemente, per accogliere una nuova forma d’espressione fotografica più personale ed incline maggiormente al surrealismo che all’oggettività documentaria manifestata nei primi anni.

Come avviene per Mario Giacomelli la scelta della macchina fotografica diverrà una vera e propria firma estetica, in grado di circoscrivere marcatamente l’indagine sul reale del fotografo. Nel caso di Bill Brandt la scelta ricade nel 1945 su una Kodak di legno di sessant’anni prima, acquistata in un negozio dell’usato di Londra vicino a Covent Garden dotata di un grandangolo (che diverrà l’ottica più usata dal fotografo per molti dei suoi futuri scatti ) ed altri due obiettivi aggiunti in dotazione.

 Bill Brandt e la sua macchina fotografica

Bill Brandt e la sua macchina fotografica

Il grandangolo della nuova macchina aveva una notevole ampiezza di campo, circa 110 gradi, equivalente ad una focale di 16 mm di una classica fotocamera 35mm. Ampiezza di campo sostenuta dal fatto che la macchina sarebbe precedentemente appartenuta a Scotland Yard con lo scopo di scattare negli interni dove si sarebbero consumati crimini per documentare le scene dei delitti. Tale particolarità segnò definitivamente le foto di Brand, attuando un netto e visibile contrasto tra le figure in primo piano e gli sfondi. I soggetti, che a partire dagli anni ’40 saranno quasi esclusivamente figure femminili, appaiono inquietanti, dai volti assenti ed i corpi allungati ed esasperati. Donne distanti e silenziose rinchiuse in stanze opprimenti o in conturbanti paesaggi, catturate dalle distorsioni ottiche del singolare obiettivo e dalla costruzione spaziale creata appositamente dal fotografo.

 Bill Brandt, Belgravia, London 1951

Bill Brandt, Belgravia, London 1951

Una percezione spaziale dove niente sembra cedere al fuori fuoco: la fototocamera oltre a montare una lastra interna di 16,5 x 21,5 cm, non era dotata né di otturatore né di messa a fuoco rendendo le immagini straordinariamente nitide dal primo piano all’infinito, aumentando così di gran lunga lo straniamento dello spettatore. Attuando un gioco a cui ci aveva già abituato il surrealismo fotografico di Brassai quando affermava che "non c’è niente di più surreale della realtà stessa", non ricercando dunque il perturbante in espedienti in grado di ostacolare la visione, ma piuttosto nella riproduzione esatta, ma anche straordinariamente singolare, della realtà filtrata attraverso il proprio occhio coincidente, nel caso del fotografo, con quello dell'obiettivo stesso. 

La mia fotocamera nuova vedeva di più e in maniera diversa. Dava una grande illusione di spazio, una prospettiva esagerata, irreale e distorta”, dichiarò Brandt appagato nella tanto ricercata proposta di mostrare una realtà imprevedibile e distorta, ora finalmente raggiunta. Debitore in più di un’istanza delle inquadrature fortemente angolate di due maestri del cinema come l’Orson Wells di Quarto Potere e l’Alfred Hitchcock di Io ti salverò per i singolari piani di ripresa.

   Bill Brandt, Legs, 1949

 Bill Brandt, Legs, 1949

I sinistri ed avvolgenti interni dove pavimenti, suppellettili e pareti si allontanano dall’osservatore attraverso l’ausilio del grande schermo, spinsero Brandt ad ambientare le sue visioni fotografiche da questo momento prevalentemente in interni. Qui i contrasti del fotografo inglese, che ben rammentavano la chiusura e l’isolamento generalizzato di una guerra mondiale appena terminata, trovano perfetta rappresentazione in stanze chiuse al limite dell’oscurità, contenenti spettrali figure femminili allungate ed illuminate spesso solo da una flebile luce.

 

 Bill Brandt, East Sussex, 1957

Bill Brandt, East Sussex, 1957

E dunque non sembrerebbe troppo casuale che con il lento allontanarsi dello spettro della guerra, negli anni Cinquanta, i contrasti di Brandt vengano man mano proiettati verso nuovi orizzonti, questa volta sempre più aperti ed illuminati dalla luce dura e diretta del sole, dove i nudi (ma sarebbe più opportuno parlare di sezioni di corpo) in primo piano si stagliano contro paesaggi surreali ed ibridi ricercati e trovati dal fotografo nelle spiagge dell’Inghilterra meridionale e della Francia del nord. 

  Bill Brandt, East Sussex Coast, 1978

Bill Brandt, East Sussex Coast, 1978

Brandt chiamò la sua raccolta di nudi del 1961 Perspective of Nudes, ovvero prospettiva di nudi poiché è proprio nella ricerca di una nuova prospettiva di visione, più che nell’inquadramento di un genere giù codificato (come quello del nudo), che la sua fotografia indaga. Nell’inseguimento continuo, durato una carriera intera, di uno sguardo ostinatamente in contrasto con quello dominante che il suo preziosissimo contributo fotografico si colloca.

Valerio Cappabianca

Valerio Cappabianca