Henri Cartier-Bresson: la fotografia è un furto!

  Henri Cartier-Bresson - CANADA. Montreal. 1965.

 Henri Cartier-Bresson - CANADA. Montreal. 1965.

Henri Cartier-Bresson ha sempre vissuto la propria fotografia con spirito da fuggiasco, consapevole del fatto che le preziose dissincronie del caso difficilmente si ripresenteranno due volte nello stesso luogo. 

Ecco perché quando scattava il suo era più che altro un gesto nervoso, uno sfilare di nervi tesi all’inseguimento di un istante difficilmente ripetibile ed in cui bisognava manifestare tutta l’abilità e la violenza del furto

E la fortuna, o meglio il saper eludere l'ordinario con la pazienza di un monaco zen tra le strette maglie del caso, non lo abbandonerà mai. Anche nello scatto che lo renderà per sempre immortale raffigurante un uomo che salta riflesso in una pozzanghera dietro alla stazione Gare Saint-Lazare il gesto fotografico è una sfida: l’istantanea è presa infatti negli interstizi di alcune sbarre attraverso cui il fotografo scatta un colpo perfettamente assestato.

 HENRI CARTIER-BRESSON, Behind the Gare St. Lazare (1932). Picto Labs, Paris. Hands: George Fèvre, Paris 5/11/87 © John Loengard

HENRI CARTIER-BRESSON, Behind the Gare St. Lazare (1932). Picto Labs, Paris. Hands: George Fèvre, Paris 5/11/87 © John Loengard

Più di altri fotografi la sua figura non sarà mai accomunabile fino in fondo al fotogiornalismo rigoroso, la sua infatti sarà sempre una fotografia del tutto libera dalla più minima costrizione. 

Pienamente coinvolto nel momento presente, scatta più con la libera ed irrequieta immaginazione di un flaneur, che con la ferma consapevolezza di uno dei fondatori della più grande agenzia fotografica al mondo.

Del resto fu lo stesso Capa ad indirizzarlo verso una carriera più formale di tipo giornalistico con un approccio surrealista piuttosto che il contrario. Accetterà il consiglio dell’amico per pura  e semplice economia di realtà, ma rimanendo sempre affascinato più dalla pittura che dalla fotografia, che rappresenterà negli anni per lui solo un mezzo per raggiungere l’espresssione del proprio personalissimo istante, piuttosto che quello più ingombrante e definitivo della Storia.

Non a caso uno dei fotografi che più apprezzerà nella sua carriera, pregandolo insistentemente negli anni di aderire a Magnum sarà Sergio Larrain: sfuggente vagabondo fotografo di strada votato al misticismo ed alla poesia della realtà.

La struttura del pensiero fotografico lasciata ai posteri da Bresson è un puzzle sparso e completamente inadatto ad essere ricostruito dalle classiche lenti di indagine della storia della fotografia. 

Egli distruggerà e taglierà molti negativi di proposito, tanto che oggi si può infatti solo azzardare una successione cronologica incompleta dei suoi scatti. Siamo a conoscenza di immagini che ormai vengono considerate icone, ma a parte rarissimi casi, è completamente impossibile sapere quali immagini nel rullo del fotografo le hanno precedute o seguite. 

Questa operazione, certamente fatta di proposito, non rappresenta altro che una fede cieca nell’atto dell’istante inseguito, rubato e affidato alla sua scrittura automatica visiva sospesa tra estetica e concretezza degli eventi in cui Bresson profondamente credeva.

Come per sempre ci racconteranno le fotografie scattate in Spagna - terra già di per sé surrealista - in cui si viene sorpresi da una bellezza da indovinare nella dimensione fantastica dei giochi dei bambini cresciuti troppo in fretta tra macerie e desolazione. 

E’ nelle loro grida che quella loro forza risiede, nella bellezza di una vita presa alla sprovvista.

Di un furto, dicevamo.

 Henri Cartier-Bresson - Siviglia, Spagna 1933

Henri Cartier-Bresson - Siviglia, Spagna 1933

Valerio Cappabianca

Valerio Cappabianca