La Street Photography ed il mito della distanza ravvicinata

 William Klein, St, Patrick's Day, 5th Ave, 1955

William Klein, St, Patrick's Day, 5th Ave, 1955

Tra tutti i generi fotografici la street photography è sicuramente il più diretto, il meno filtrato e quello maggiormente in grado di sviluppare un immediato ed empatico feedback tra il fotografo e la realtà circostante.

Sentirete parlare spesso della necessità di andare molto vicino ai soggetti per realizzare grandi foto di strada, ed alcuni fotografi saranno addirittura pronti a giurare che non vi sia altro modo di scattare grandi fotografie di strada se non da una distanza ravvicinata.

Ma è proprio vero?

Tutto in Fotografia deve essere messo in discussione

 Garry Winogrand, Inside the Democratic National Convention, 1960

Garry Winogrand, Inside the Democratic National Convention, 1960

Questa, a mio avviso, deve essere la prima regola. Dorothea Lange una volta ha detto una frase bellissima:

La macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere il mondo senza macchina fotografica.

Fotografare prima ancora che a premere un otturatore deve insegnare a vedere la realtà che ci circonda ed a ragionarci attraverso l'atto fotografico. Ogni emulazione di regole costruite a tavolino è priva di senso e condurrà presto ad un fallimento. In fotografia, ne sono profondamente convinto, contano solo le scelte ponderate ed affini con il nostro essere ed il nostro sentire.

Dunque perché scattare street photography da una distanza ravvicinata è diventata la regola ed esattamente da quando?

C'è chi potrebbe attribuire questa tenenza ad una celebre frase pronunciata da Robert Capa: “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino.” Ma a tal proposito andrà subito chiarita una cosa. L'ormai ipercitata frase di Capa, seppur esortava ed auspicata ad una piena empatia e ad una vicinanza emotiva del fotografo verso la scena fotografata, era attribuibile soprattutto alla fotografia di guerra ed al reportage in genere (principale territorio fotografico di Capa) e non alla street photography.

Esortava piuttosto i fotografi contemporanei a non avere uno sguardo distante ed a sforzarsi di realizzare un resoconto il più possibile umano (e quindi di denuncia) della fotografia di guerra. Utilizzare quindi una frase come quella di Capa adattandola al contesto della street photography oltre ad essere ideologicamente improprio è anche storicamente inesatto.

Robert Frank e William Klein: due precursori della distanza ravvicinata

 Robert Frank, The Americans (photography book), 1957

Robert Frank, The Americans (photography book), 1957

Con Robert Frank e William Klein è la grande fotografia francese ad essere presa di mira: la sua plasticità, il suo rigore, le sue armonie. Laddove si proponeva una visione del mondo unica, dichiaratamente guidata dal momento irripetibile dell'istante decisivo (Henri Cartier Bresson in primis) questi due fotografi preferirono puntare sulla dinamica musicalità di una partitura visiva irregolare.

Qualcosa insomma di sicuramente più vicino alla vita di tutti i giorni dove tagli, pesi visivi ed inquadrature potessero essere irrimediabilmente più inclini all'urgenza narrativa e di analisi sociale che quegli anni richiedevano, o meglio quasi urlavano.

Da qui molto probabilmente è possibile segnare la tendenza ad un'ostentata vicinanza compositiva verso il soggetto fotografato inseguita poi ossessivamente da molti successivi autori affini al genere della street photography, come Garry Winogrand, Lee Friedlander prima, e Bruce Gilden, Alex Webb, Martin Parr (e molti altri poi...)

Una distanza fisica, ovvero una distanza concettuale

 William Klein, Tokyo, 1961

William Klein, Tokyo, 1961

Ma come avviene sempre in Fotografia, un elemento fisico (in questo caso la ridotta distanza) finisce per rappresentare anche un elemento concettuale. Avvicinandosi ai soggetti questi autori fotografici furono in grado di abbattere un importante stilema fotografico ormai stantio, facendo entrare a pieno titolo l'osservatore completamente all'interno della scena fotografata ed offrendone, a volte, quasi una visione sinestetica.

La composizione a livelli (una distanza ravvicinata porta ad avere più livelli nella foto) diventa così un modo per riappropriarsi di una visione critica più aperta, meno apparentemente leggibile e più veritiera dunque. Sottolineando ossessivamente il punto di vista del fotografo che finisce per essere solo uno dei tanti possibili.

Misurando la nostra distanza, trovando il nostro sguardo 

 Fan Ho, 1959

Fan Ho, 1959

Quindi solo a patto di aver considerato prima questo fondamentale presupposto possiamo decidere di impugnare la nostra macchina fotografica, un 28mm ed andare a scattare addosso al primo sconosciuto che capita.

Solo dopo aver attentamente ponderato quale deve essere innanzitutto la nostra distanza concettuale rispetto al soggetto. Perché c'è un infinità di street photograpy che giocando proprio sulla distanza (stavolta pienamente espressa) ha prodotto risultati eccellenti e molto spesso meno anonimi di uno sterile attacco fotografico aggressivo dettato dalla sola imitazione stilistica.

E' solo misurando la nostra distanza dal mondo, il nostro spazio di azione, che la nostra fotografia diverrà finalmente consapevole. Il premere l'otturatore poi, ne sarà solo una diretta e liberatoria conseguenza.  

 Caspar Claasen,Texel, Olanda, 2013

Caspar Claasen,Texel, Olanda, 2013

Valerio Cappabianca

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Valerio Cappabianca