Il potere dell'Invisibile: la Parigi fotografata da Eugène Atget

 Eugène Atget, Le Cirque, 1924

Eugène Atget, Le Cirque, 1924

Se oggi rendiamo giustamente merito al più grande catalogatore fotografico di Parigi, un tempo non fu affatto così.

Eugène Atget non fu mai considerato in vita un'artista, né tantomeno un fotografo particolarmente degno di nota. Il vero successo arrivò con il riconoscimento di una grande fotografa americana, Berenice Abbott che nel 1930 pubblicò Atget, Photographe de Paris e ne sancì la fama internazionale.

Una storia particolarmente significativa soprattutto oggi, dove spesso visioni fotografiche anche di rilievo vengono troppo spesso ignorate o fraintese in favore di ciò che è semplicemente più digeribile al grande pubblico.

Molto probabilmente ancora oggi turisti ed appassionati faticherebbero a riconoscere la Parigi immortalata da questo grande fotografo che la esplorò in lungo ed in largo in ogni sua arteria, ignorando sempre i maggiori luoghi turistici in favore di vicoli oscuri e quartieri segreti. 

Dal 1897 fino all'anno della sua morte nel 1927 Eugène Atget documentò strade deserte all'alba, negozi fatiscenti, venditori ambulanti, chiese dimenticate di Parigi. Si potrebbe affermare che raramente all'interno della storia della fotografia un fotografo si dimostrò tanto interessato all'altro, al nascosto, a ciò che seppur sotto gli occhi di tutti finisce per essere irrimediabilmente invisibile.

Girò e lavorò senza mai fermarsi lasciando un'eredità di 10.000 negativi. Un numero impensabile di fotografie da concepire per un fotografo che non avesse una precisa e lucida visione fotografica del mondo. Superando il destino beffardo di un'infanzia difficile, un fallimento prima nella carrriera di attore e poi in quella di pittore. E fotograficamente, scontrandosi con una Parigi ormai completamente mutata: a quei tempi infatti la nuova visione di Parigi del barone Haussmann aveva tagliato in due le piccole vie medievali laterali a favore di grandi boulevard, demolendo così ventimila case, costruendone quarantamila nuove e sovvertendo per sempre l'assetto originario della città provocando un inorridimento diffuso tra i tradizionalisti.

Atget comunque riuscì a superare fotograficamente la questione, lavorando - come scrisse al Ministro delle Belle Arti - "nelle vecchie vie della vecchia Parigi per raccogliere una collezione di negativi fotografici 18x24 cm: documenti artistici di meravigliose architetture urbane dal XVI al XIX secolo". Un colloquio questo scritto a favore della vendita conclusa nel 1910 di ben 2600 negativi per la somma di 10.000 franchi. 

Ma senz'altro l'aspetto interessante dell'opera di Atget risiede tutto nella sua capacità di andare oltre la pura documentazione architettonica, pensando già all'epoca una sorta di catalogazione dell'invisibile e dell'insondabile (accolta poi qualche anno più tardi con grande ammirazione dai surrealisti). 

Tutto appare lontano dall'ordinarietà del tempo: delle grandi mutazioni socio-storiche e del processo di industrializzazione della città nelle sue fotografie si intravede poco o nulla, rendendole ancora oggi lontane come ieri, eppure attualissime nel fascino insondabile della loro lontananza.

 ©Eugène Atget

©Eugène Atget

Così la sua fotografia sembra appartenere ad una dimensione più immobile ed interiore. Un silenzioso ritratto dell'opacità del reale portato in superficie dalla ripresa immobile di un uomo che era solito girare con la sua pesante macchina a soffietto alle prime luci dell'alba.

In un suo verso la poetessa Emily Dickinson recitava che a tutti è dovuto il mattino, ad alcuni la notte. A solo pochi eletti la luce dell'aurora.

Ecco, Atget appartiene sicuramente a questi, fortunatissimi, ultimi.  

 

Valerio Cappabianca

Valerio Cappabianca