Quando il fotografo non chiede sorrisi ma verità.

 Ricard Avedon, Charles Chaplin, skuespiller, New York, September 13, 1952

Ricard Avedon, Charles Chaplin, skuespiller, New York, September 13, 1952

Ho una grande fede nella superficie, quando è interessante, comporta in sé infinite tracce. Le mie fotografie non vogliono andare al di là della superficie. Sono piuttosto letture di ciò che sta sopra.
— Richard Avedon

Il ritratto come compiacimento della figura del soggetto fotografato, è solo un'opzione. Poi c'è la Fotografia, quella che riflette, che ragiona. Forse c'è l'antiritratto

Fu un fotografo di nome Mike Disfarmer (foto in basso) tra i primi a portare all'estremo il potere discrezionale del fotografo realizzando ritratti non più come le persone volevano farsi vedere, ma come lui stesso le voleva mostrare. Parte dei clienti incredibilmente non si scoraggiò e continuò a frequentare il suo studio nella cittadina di Heber Springs, nell'Arkansas incuriositi dal poter finalmente guadagnare qualcosa da una fotografia: un punto di vista su loro stessi. 

I ritratti di Disfarmer di persone del luogo sono semplici ed allo stesso tempo disarmanti. Le persone ritratte non sono quasi mai sorridenti, appaiono impacciate, eppure sembrano essere una delle più preziose testimonianze del proprio tempo in quanto a naturalezza, spontaneità e capacità critica di riflettere attraverso un genere ormai notissimo come quello del ritratto fotografico.

Disfarmer segnò solo un punto di svolta capace di trovare in futuro numerosi seguaci. Uno di questi fu proprio il fotografo Yousuf Karsh che fece un ritratto di Wiston Churchill con un aria misteriosamente cupa ed accigliata tanto enigmatico in grado di divenire da subito uno dei ritratti più celebri di tutto il XX secolo.

 Yousuf Karsh, Winston Churchill, 1941

Yousuf Karsh, Winston Churchill, 1941

Esemplare come questo ritratto fu molto più significativo di un ritratto sorridente: anche se il politico è un gigante, il fotografo lo tiene sotto controllo, questa sembra essere la lezione fotografica impartita da Karsh attraverso la sua più celebre fotografia.

L'atteggiamento che vedeva nel soggetto il fulcro centrale della narrazione fotografica dunque sparì e si aprirono le porte al segno unico lasciato dal fotografo. Che da questo momento era sicuramente più interessato a quello che succedeva fuori dallo studio che dentro: laddove il soggetto fosse stato libero era più facile per lui e per il suo lavoro strappare un senso dalle sue azioni, dalla sua gestualità.

Lisette Model (foto in basso) fu una fotografa esemplare per questo nuovo approccio. Burlando definitivamente quell'ossessione tutta americana fondata sul glamour e sull'immagine perfetta, scattò le sue fotografie mostrandone la facciata drammaticamente più vera, quella della strada.

I suoi ritratti degli anni Quaranta e Cinquanta di primi piani sulla folla di sconcertante immediatezza spinsero Diane Arbus a interrompere la sua solida carriera come fotografa di moda in favore del proibito e del bizzarro che segneranno la cifra stilistica della sua ricerca visiva.

Ed è proprio questa mancanza di compiacimento verso il soggetto ritratto (e le sue più comuni aspettative) che la Arbus, così come prima la Model, sfrutta per realizzare le sue migliori fotografie.

 Diane Arbus, Child With Toy Hand Grenade 1964

Diane Arbus, Child With Toy Hand Grenade 1964

Penso alla celebre fotografia del bambino con una granata giocattolo a Central Park di Diane Arbus. L'immagine più famosa della sequenza mostra il bambino in preda a smorfie, il viso ed il corpo contratti. Quello che vediamo è un ragazzino problematico, disturbato, ma la Arbus ammise che scattò la foto in un momento di esasperazione, estenuando il bambino con le sue continue richieste ed i suoi scatti.

Gli altri fotogrammi lo mostrano infatti sorridente e con le tipiche movenze di un bambino in un momento di gioco al parco. 

 Provini a contatto di Diane Arbus

Provini a contatto di Diane Arbus

E' dunque qui il punto di vista unico del fotografo ad entrare nel ritratto, sfruttando la superficie dell'individualità del soggetto per farsi strada in una precisa e personale visione.

Se è vero che il ritratto posato in questo crea irrimediabilmente una lotta per la supremazia tra il fotografo e il soggetto, è vero anche che un fotografo veramente esperto e consapevole riesce bene a superare tutto questo a proprio favore.

E' il caso del fotografo Arnold Newman che si trova a fotografare l'industriale tedesco, ex nazista, Alfred Krupp. Newman disse a proposito: "cercai di inventarmi un modo per mostrare chi fosse davvero senza essere banale".

 Arnold Newman, Industrialist Alfried Krupp, Essen, Germany, 1963

Arnold Newman, Industrialist Alfried Krupp, Essen, Germany, 1963

Illuminò Krupp da entrambi i lati (schema di luce che ricorda quasi l'illuminazione horror), chiedendogli di sporgersi in avanti riprendendolo con un grandangolo ed introducendo volutamente una distorsione nella sua figura. "Lo feci sembrare diabolico, fu come se gli avessi visivamente piantato un coltello dritto nella schiena". 

 Un fotogramma della serie "I Simpson" che ritrae il malefico e cinico Signor Burns, in cui posa del soggetto e schema di luci sembrano avere molto di più di un'analogia con il ritratto realizzato da Newman.

Un fotogramma della serie "I Simpson" che ritrae il malefico e cinico Signor Burns, in cui posa del soggetto e schema di luci sembrano avere molto di più di un'analogia con il ritratto realizzato da Newman.

C'è il ritratto fotografico dunque, pieno di compiacimento e poi c'è l'antiritratto dicevamo, quello dove il fotografo non chiede il cheese, ma dove semmai chiede alla Fotografia la ricerca della verità.

Consapevole, che essa potrà risiedere solo nella superficie e che per natura stessa del mezzo sarà solo una delle tante verità possibili. 

Ma è già qualcosa, per tutte le altre cose più prevedibili tanto ci sarà sempre tempo.

Valerio Cappabianca

 

 

Valerio Cappabianca