​#TaccuinoFotografico N.1 ~ Daido Moriyama - Stray Dog, Misawa, 1971

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Un cane randagio vaga per le strade di una città giapponese. È la foto cult di un grande fotografo, Daidō Moriyama, ed una delle pagine più importanti per la fotografia contemporanea.

Metafora dell’anima solitaria dell’artista, rappresentazione di una creatura senza passato o semplice spaccato di solitudine raminga, il cane rappresentato finisce per essere una proiezione di sentimenti - non ultimo quello di un Giappone annientato dal dopoguerra - in grado di rivoluzionare del tutto l’approccio al mezzo fotografico.

Daidō Moriyama, così come molti fotografi giapponesi dell’epoca, scatta con macchine di piccolo formato automatiche (Ricoh Gr 1), prediligendo l’istantaneità, la libera associazione tra realtà esterna e visione intima del fotografo.

Il fotografo passeggia come un moderno flaneur, vive la strada e scatta. A differenza di molti celebri approcci fotografici che concepiscono vita ordinaria del fotografo e fotografia stessa come separate, Moriyama assottiglia la sensibile differenza tra le due giungendo ad un linguaggio diaristico e umorale.

Non è più solo il momento dello scatto a contare, ma ancor di più il ricordo, l’archiviazione, la riappropriazione visiva del reale e l’inserimento del singolo tassello fotografico all’interno del più ampio rompicapo della vita. Ed ecco che l’opera (le fotografie quindi) hanno senso solo se poste l’una vicina all’altra ed in relazione al vissuto individuale dell’autore.

Una lezione tuttora dirompente quella di Moriyama e di molta fotografia giapponese, in grado di ispirare e far riflettere sulle possibilità di indagine intima destinata alla fotografia.