Alvarez Bravo: Luce Messicana
 Manuel Alvarez Bravo

Manuel Alvarez Bravo

Il grande poeta Octavio Paz chiamava le sue immagini realtà in rotazione. Henri Cartier-Bresson lo definì come il vero realista, eppure il nome di Manuel Alvarez Bravo (1902-2002) è ancora troppo poco conosciuto e studiato, malgrado sia incontestabilmente considerato il più grande fotografo messicano di tutti i tempi.

La sua fotografia sospesa tra documentarismo e surrealismo (ma forse sarebbe meglio parlare di realismo magico) è piena di suggestioni raffinate.

Nato nel 1902, crebbe durante la rivoluzione messicana. Imparò ad utilizzare la macchina fotografica mentre lavorava per il governo ed in seguito ad un modesto successo (vinse un piccolo concorso fotografico) si convinse definitivamente ad abbracciare la fotografia documentando gli usi e le tradizioni popolari del Messico.

Al suo circolo fotografico appartenevano molti dei principali artisti del tempo come il pittore Diego Rivera, i fotografi Tina Modotti, Edward Weston e Paul Strand. 

 Manuel Alvarez Bravo, Autoritratto, Messico, 1984

Manuel Alvarez Bravo, Autoritratto, Messico, 1984

L'evidente personalità delle sue fotografie è data dalla capacità di plasmare immagini realistiche aventi come principali soggetti la gente, la cultura ed il paesaggio del Messico, impreziosite attraverso elementi esotici e stranianti.

A partire innazitutto dalla tecnica di lavoro del tutto personale e poco incline alla ricerca del fugace istante decisivo. Scattò anche in strada con una macchina a grande formato Graflex (si rifiutò sempre di comprare una Leica!), fedele al suo primario intento di trasformare eventi comuni, attraverso la sua fotografia, in una sorta di ambiguo mistero, ricordando un importante assioma del mezzo fotografico: all'osservatore è impossibile capire realmente cosa succede nella scena fotografata, non resta quindi che farsi guidare dal fotografo, abbracciando la sua visione e condividendo il suo punto di vista.

Nel suo modo di fotografare concetto e visione furono sempre irrimediabilmente collegati, ma la sua arte restò sempre autentica, lontano dal puro intellettualismo visivo di alcuni contemporanei tanto da affermare:

Lavoro per piacere, per il piacere di lavorare, e tutto il resto lasciamolo ai critici.

Come molti artisti ed intellettuali dell'epoca si non si dedicò solo alla fotografia divenendo produttore cinematografico ed insegnante. Il suo centesimo compleanno - dopo più di sessant'anni dedicati alla fotografia - fu celebrato con un giorno di festa nazionale in Messico.

 

 Manuel Alvarez Bravo, Fuochi nel Barrio del Nino, Messico, 1990

Manuel Alvarez Bravo, Fuochi nel Barrio del Nino, Messico, 1990

Lo Stile

Più che di surrealismo nelle foto di Alvarez Bravo dicevamo, sarebbe più corretto parlare di Realismo Magico. Come dice la parola stessa, si tratta di una poetica che si situa a metà tra l'elemento magico, surrealista e la rappresentazione realista. L'intento principale di questa corrente artistica è la descrizione puntuale della realtà a cui vengono associati elementi magici descritti altrettanto realisticamente. Ma una distinzione in questo senso con la corrente surrealista va fatta: a differenza dei surrealisti, i realisti magici non cercano di scoprire o descrivere ciò che è superiore al reale [sur - reale], ma descrivendo il mondo stesso, la realtà come già impregnata di meravigliosi aspetti magici. 

E Alvarez Bravo attraverso la sua fotografia fu in grado di fare proprio questo: riscrivere la realtà cogliendo ogni possibilità di magia svelandola e porgendola all'osservatore. Lo fece innanzitutto attraverso una riflessione sul tempo. Un tempo, quello delle sue fotografie, pieno di atmosfere sospese e misteriosi accostamenti. 

Una sua allieva è solita raccontare che nel suo laboratorio ci si poteva facilmente imbattere in un grande cartello appeso al muro con su scritto "C'è Tempo!". Quel tempo era il tempo del Messico, quello incontaminato delle zone indigine, il lento tramandarsi delle leggende e dei racconti dei nonni ai bambini.

Il suo tempo era privo di affanno, sgombro dalla smania di fotografare: metteva la sua pesante macchina in un punto e aspettava che la magia semplicemente accadesse. Sembra che durante i suoi primi anni di attività non avesse fretta neanche per la fama, affermando che "tutto anche il successo arriva da solo...".

Un atteggiamento questo che ostinatamente portò con sé anche nella sua carriera di insegnante. Sostenendo che l'importante per un fotografo è soprattutto l'occhio, la caratura del sentimento. Considerando, come tutti i grandi fotografi, la fotografia come un mezzo espressivo più che come un mero fine.

 

Fotografie

 Manuel Alvarez Bravo, Figure nel castello, Messico, 1920

Manuel Alvarez Bravo, Figure nel castello, Messico, 1920

Questa foto pur rappresentando uno dei primi lavori di Alvarez Bravo è in grado già da subito di delinearne lo stile e la chiara poetica fotografica. Le silhouettes delle donne sono rimpicciolite dall'enorme scala, indirizzando lo sguardo dell'osservatore verso un muro bianco capace di accogliere magnifici disegni di luce proiettati da una finestra rotonda. L'atmosfera è sospesa, irreale, eppure rimanda ad un'istante di perfezione che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita.


 Manuel Alvarez Bravo, Uomini Seduti, Messico 1934

Manuel Alvarez Bravo, Uomini Seduti, Messico 1934

La luce è quella messicana, tagliente. In grado quasi di decapitare gli uomini seduti nella piccola bottega. Anche le situazioni più abituali (come un semplice pranzo) qui vengono riscattate. Tesi plasticamente verso l'attesa di un pasto, questi uomini condividono un destino contrassegnato da una luce che rivela e da un'ombra che nasconde. La composizione a quinta (formata dalla serranda in alto e dai piccoli bordi laterali del muro inclusi nel fotogramma) contestualizza la scena rendendola visibilmente lontana da ogni puro artificio. Eppure viene da pensare che dopo pochi secondi tutto lì sarebbe stato irrimediabilmente diverso...


 Manuel Alvarez Bravo, Amanti della Luna, Messico, 1967

Manuel Alvarez Bravo, Amanti della Luna, Messico, 1967

Una semplice fotografia di strada diventa onirica. La macchia rotonda impressa sul muro poroso a formare nell'immaginario dell'osservatore una luna piena ed i passanti, persi nello spazio siderale di un bianco e nero, protesi verso l'uscita dal fotogramma. Una tipica immagine in grado di comunicare bene lo straordinario potere evocativo di questo fotografo.

Valerio Cappabianca

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